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Il senso del Tempo

Cari cercatori, salute!

Vi siete mai chiesti che senso ha il tempo? A cosa serve il suo fluire apparentemente costante ed inesorabile, fonte di vita e causa efficace della morte? Base di ogni trasformazione e nemico giurato della staticità?

Durante la nostra vita due anime combattono in noi, da una parte il desiderio di conservazione, di eternizzazione di aspetti di noi, o di noi stessi in quanto tali. Lo facciamo attraverso il possesso di beni materiali, intorno ai quali costruiamo l’illusione di permanenza tramite i figli o lasciti benefici, e beni immateriali, come libri e idee, che affidiamo a nostri consimili nella speranza che li trasmettano ai posteri in modo perpetuo. Viviamo la nostra piccola ed innocente illusione di eternità in questo modo. Questa è la via della staticità, del congelamento, della pittura di Picasso dopo la morte di Picasso. E, siamo sinceri: sappiamo perfettamente che solo la morte già avvenuta può regalare questa immobilità assoluta, questa staticità definitiva, questo possesso di caratteristiche e aspetti fermi nel tempo. E qui ci poniamo come nemici del tempo. Avere ed essere, entrambi, sono nemici del tempo e lo soffrono assai.

D’altra parte desideriamo sempre di più, di nuovo. Vogliamo vedere una mattina nuova, cambiare macchina, comprare un libro, andare a cena. Cambiare insomma. Incessantemente. E questo non è possibile senza il tempo, che ne diventa il sovrano assoluto. L’autocrate della plasticità. Ed allora qui siamo amici del tempo, ne diveniamo complici e usufruttuari.

Dio che parla agli uomini dice di sè che “E’ colui che è” e così definisce se stesso in modo assolutamente giusto. Egli è senza tempo, è la staticità. In tal modo è parente stretto della morte. Il Dio che è prima, E’ e basta, il Dio che sarà dopo, E’ e basta. O meglio: il Dio senza prima e dopo, E’.

Il Dio della Genesi invece è il creatore del tempo. Precipita dalla staticità atemporale e pertanto senza inizio nè fine, nella dinamica temporale, nella trasformazione, nel processo evolutivo della plasticità. 

Ed anche il nostro lavoro non smentisce queste semplici ed elementari regole. Noi lavoriamo per trasformare, e ci serviamo del tempo. Poi contempliamo il fatto, e ci poniamo fuori del tempo. Poi chiamiamo statico quel che prima fu dinamico, per ricominciare il ciclo, sempre uguale come dicono gli antichi. Chi pertanto partendo dalla staticità dell’essere in Sè inizia a trasformarsi e riconosce il tempo, compie una genesi, e chi al settimo giorno torna ad uscire dal tempo, chiude il ciclo. Ed allora l’accorto lettore potrebbe chiedere che senso ha tutto questo ruotare incessantemente tra sonno e veglia. Sarebbe arduissima la risposta, ne conveniamo, se non ci fosse la creazione dell’uomo. Ad un certo punto del ciclo, Dio crea l’uomo, e l’uomo resta esistente nel giorno del Shabat. Egli così introduce una diversità definitiva che si inserisce nella staticità finale, creando la difformità che impedisce che il ciclo sia identico su si stesso. Allo stesso modo noi, lavorando la nostra materia, ad un certo punto siamo presi da furore operativo e facciamo, lavoriamo, traffichiamo nei nostri oscuri e fuligginosi antri. E dobbiamo fare questo nella corretta osservanza del tempo, pena la più triste nullità di ogni nostro sforzo. Poi, di colpo, tutto si acquieta. Senza ragione apparente, si tace. Si dorme, forse. Finisce il tempo. Tutto resta come sospeso, come un respiro bloccato nel mezzo del suo cammino. Ed allora, chi ha occhi per vedere, deve aprirli per scoprire il piccolo seme della diversità che è nato durante la genesi, durante i sei giorni precedenti. Quel seme che costituisce la diversità finale e irreversibile tra il tempo senza tempo ed il tempo senza tempo. Dante ce lo spiega in chiave di selva oscura e guida illuminata, usa l’immagine del maestro che può accompagnare – parte! – del nostro cammino. Noi lo descriviamo spesso come piccolo pesce. Ma non illudetevi: è sostanza intrinseca, non forma estrinseca. Non gettate reti in un mare disabitato, ma cercate rondini e colombe, nuvole nell’azzurro cielo che tanto allieta la primavera inoltrata!

Molti usano l’immagine della ruota, non sapendo come altrimenti descrivere il nostro lavoro, ma sbagliano, perchè non dovrebbero parlarne, se non in chiave di spirale, piuttosto che di cerchio. Il cerchio è visto dagli uomini lì dove gli Dei vedono la spirale. Sembra complesso come discorso, ma è alla portata della matematica liceale più semplice. Basta osservare bene.

Quando il silenzio si stempera sul tempo e ne mangia avidissimamente le ossa, riducendolo in finissima cenere, dobbiamo dedicarci al riposo attento e curioso, pronto ad avviare la ricerca della sostanza mercuriale da estrarre e sposare, da lì a poco, ad un nuovo zolfo, una nuova terra che, ansiosamente, attende.

 

Con affetto costante saluta i viaggiatori che non si sono lasciati scoraggiare e sono pronti per proseguire il viaggio, il vostro molto meno enigmatico 

Ptah

 

Off Topic

Cari cercatori ed amici,
da tempo non abbiamo più dato segni di vita e anche ora non è momento di parlare dei nostri argomenti. Ma desideriamo sfruttare questa pausa per prendere spunto da un’elemento di attualità, cosa che in genere non facciamo mai, per esporre il degrado etico in cui viviamo.

Oggi un deputato, certo Mancuso, ed un sottosegretario del Governo (non eletto democraticamente), certo Polillo, hanno tentato di imporre una tassa su cani e gatti, sugli animali da affezione insomma.
Chi non ama gli animali non ne sarà sconvolto, ma non è questo il problema. Il fatto è che questa trovata dimostra l’insolenza, l’avidità e sopratutto la totale estraneità dalla realtà del paese in cui vivono i nostri, per così dire, politici.
In una società dove vige l’abbandono dell’uomo, la solitudine impera e anziani e giovani trovano spesso solo nell’animale quell’equilibrio affettivo che gli permette di restare sani, il governo pensa di fare cassa anche su questo aspetto, puramente affettivo.

Invece di ridurre le spese della politica, con un quirinale che costa tre volte quanto la regina d’Inghilterra, ma pontifica il doppio, un parlamento che costa il doppio di quello tedesco, ma siamo più ricchi di loro, si sà, una casta che continua a vivere nel lusso, l’unico paragone che mi viene in mente è la frase di Maria Antonietta, che stupita dal malumore del popolo, chiese il perchè. Alla risposta “manca il pane, maestà”, rispose “ma ci sono anche le brioches” … e tutti sappiamo come andò a finire.

Quando un popolo di sudditi, mantenuti calmi con l’oppio della ideologia e delle promesse, e la paura degli “amici” del sistema, è spremuto troppo, di colpo si ribella e come d’incanto, a volte, i sudditi diventano cittadini.
Ma per farlo, passano attraverso quella fase in cui governavano Robespierre, Danton e Marat, non per caso detta “il Terrore”.

Bene amici, forse è venuto il momento per l’Italia di diventare adulta. Come la Francia nel 1789.

E per chiudere, proponiamo anche noi una tassa di scopo. Il numero delle assenza alle sedute di Montecitorio moltiplicato per la differenza del Quoziente di Intelligenza da 100 dovrebbe essere la base di calcolo, applicata ad ogni parlamentare. E dovrebbe essere finalizzata a pagare i lavori di restauro necessari per asportare due terzi delle poltrone da montecitorio e da palazzo madama.

Ma non succederà. Perchè il nostro tempo è scaduto.

Ricordiamoci che è come con la vecchia Roma. Prima era potentissima, poi, sfiancata dalla sua opulenza, si affidò a truppe mercenarie. Chiamò essa stessa per i lavori che non voleva più fare barbari di tutti i tipi nell’Impero. Alla fine, quando il Goto conquistò Ravenna, l’ultimo imperatore, certo Romolo Augustolo, era considerato così poco, che non ci si prese nemmeno il disturbo di ammazzarlo, ma lo mise su una barchetta e lo rispedì a Costantinopoli, a piangere da Mamà.
A noi succederà lo stesso.
Giustamente.

Vostro triste Ptah.

Cari Cercatori, Salute!

Ormai solo un mese ci resta per approntare la materia finemente sminuzzata per avviarla al suo primo incontro, alla prima notte d’amore che la renderà gravida, se Dio vuole, nella giusta misura! A questo punto desideriamo svelare un ultimo segreto, tipico della Prima Opera e pertanto mai spiegato finora dagli amanti dell’Arte.

Come tutti sanno i Filosofi si servono di una materia grigia e vile, estratta da profonde miniera. Essa deve giungere così come viene estratta, senza ulteriori manipolazioni, al laboratorio filosofico. Sappiamo inoltre che questa materia, che sporca le mani, necessita di essere mondata attentamente prima di poter essere usata. Dopo essere mondata va sminuzzata in sottilissimi grani e, giustamente accompagnata, esposta nelle notti a questo propizie, al benefico influsso della Luna.

Fino a qui tutto è oramai chiaro e privo di ogni dubbio.

Vi è un solo vero segreto, tenuto amorevolmente dai Filosofi e solo rarissimamente trasmesso, che non dovrebbe però per nulla essere difficile svelare, se solo i cercatori fossero meno superficiali e assorti nel desiderio non già di imparare, ma di confermare le proprie idee. Infatti tutti sappiamo che per bene lavorare nel crogiuolo, la materia deve incontrare un fuoco e un sale. Sappiamo che il fuoco opera su di essa, e il sale vi apporta una benefica capacità magnetica. Ora sappiamo anche che gli antichi autori, unanimemente, certificano che il filosofo opera sempre allo stesso modo, con na materia, in un solo modo. Se allora un soggetto filosofico esprime una funzione, è presumibile che la esprima anche in altre sedi, e se l’attivazione delle capacità avviene al tempo della cottura, essa può avvenire anche al tempo della preparazione.

Alcuni Filosofi suggeriscono pertanto di far precedere al matrimonio di primavera, un fidanzamento regolare. Così quella unione finale, fatta per concepire seconde le regole della Natura a piacimento di Dio, viene nobilitata da un momento di amore casto preparatorio, che accende in modo ancora più ardente il desiderio degli sposi, favorendo il giusto compimento del corso naturale delle cose nella prima notte di matrimonio. Non tutti i Filosofi lo fanno, altri, sopratutto moderni, pensano che il fidanzamento sia un uso obsoleto, di valore solo formale e indegno della scienza del mondo progredito. Ma invero vi diciamo che questa posizione non è condivisa da alcuni, che invece sottomettendosi con gioia al rito del fidanzamento nella loro materia, hanno potuto trarrne una gioia incommensurabile, vedendo l’amore ardente salire alle sue massime potenzialità già dai primi incontri legittimi degli sposi.

E’ solo importante che il fidanzamento resti un incontro casto e privo dell’ardore e del fuoco dell’unione procreatoria, che rimanga un maschio ed una femmina che si uniscono con tenero amore senza il calore della passione, senza la croce del fuoco, ma pregustando appieno l’attesa estasi della unione compiuta che li aspetta, secondo le regole, al giusto momento.

Come detto non tutti seguono questa via regolare, ma saltano immediatamente a consumare il matrimonio gridando alla Natura “Ci sono!”. Nessuno ha mai scritto che questo sia sbagliato. Non è nemmeno vietato, visto che ormai il fidanzamento non è più obbligatorio. Ma assicuriamo a tutti gli Amanti dell’Arte, che una coppia che ha assaporato la dolce tensione dell’attesa, stimolata e legittimata da un giusto fidanzamento, saprà gustare in modo molto più intenso l’estasi dell’Amore tra Cadmo ed Armonia, tra la terra e il cielo, con l’assistenza delle Acque eternamente presenti.

E con questo suggerimento, che diversamente da quanto detto in precedenza, che erano parole di insegnamento chiarissimo e vincolante, è solo un suggerimento benevolo, ci avviamo alla preparazione del Primo Saluto.

Con costante affetto

Vostro
Ptah

Per non trarre in inganno

Sempre in attesa della fine dell’anno, ci sembra utile sfruttare questo momento per specificare una ulteriore verità.

Come già detto, ci siamo concentrati ad esaminare le fasi propedeutiche e specifiche delle prime operazioni della nostra Arte. Abbiamo anche accennato al Mercurio Comune e qualcuno potrebbe avere frainteso. Il nostro esame parte dal momento forse più importante di tutta l’Opera, che si concretizza nel primo quarto di luna dopo l’equinozio, per poi retrocedere man mano spiegando con dovizia di dettagli e fini indicazioni come si fa a preparare la materia necessaria per giungere a tale momento felicissimo.
Alla preparazione del sale sono dedicate esaurienti pagine, come alle opere necessarie per rendere la materia recettiva a dovere. In questo la totale mancanza d’invidia che ci contraddistingue ci ha spinto di sottolineare anche la differenza fra terra minerale semplice e terra rossa, fatto di grandissima importanza per poter meglio accogliere i sublimi doni che l’Alchimista avidissimamente raccoglie.
Abbiamo accennato alla terra nera ed alla stessa, senza realmente raggiungerla ancora, abbiamo descritto regimi e pesi come raramente mai prima avvenuto.
Ma non abbiamo descritto ciò che segue e nessuno pensi ad arrivare al mercurio con queste sole operazioni, volte non già a concludere l’Opera, ma a rendere noto l’Artista alla Natura.
Sarà poi la Natura stessa ad approfondire con l’Artista per tramite del fuoco e del forno quanto va elaborato in seguito, visto e riconosciuto.

Accenni sono stati fatti, come è possibile in una realtà centrata sulla fiammella iniziale, ma chi pensasse di concludere l’Opera con sole queste informazioni, fallirebbe miseramente consegnandosi ad un tristissimo destino.

Il vero Chaos primario, quel mercurio che sancisce l’Adeptato, nascerà solo dopo alcune, non molte, successive operazioni, che riescono nella misura in cui decidono di farlo e l’operato è giustamente penetrato dalla Grazia.

Ma questo non deve rattristare alcuno: tutto quanto che manca, tutto quanto è necessario ancora per tutte le tre opere, è ampiamente descritto nei testi tradizionali, e vi può essere facilmente reperito. Solo quanto è necessario per le prime fasi, qui descritto, manca sempre, o è immerso in fasi diverse, per ben dissimularlo a tutti eccetto quelli che già sanno cosa devono cercare.
Per questo dicevamo, che con la fine dell’anno filosofico, potremmo chiudere questo blog.

Come abbiamo notato tutti le giornate si sono fatte più fredde, ma allo stesso momento si stanno allungando, poco a poco, sempre di più. Il momento più buio, il momento del massimo silenzio e della riflessione, sta per passare.

Alcuni di noi hanno preparato il nostro bianchissimo sale, altri pulito e ristrutturato il forno ed il laboratorio, altri oziato nell’opera dedicandosi alla lettura, altri ancora non hanno fatto proprio nulla. Non è facile crederci, ma queste condizioni perfettamente uguali sono. Perchè nulla può essere fatto di filosofico in questo periodo, e tutto quanto resta indifferente davanti all’Arte.

Bene comunque ha fatto colui che ha fatto inventario delle sue cose, materiali ed immateriali, e si è accertato di poter partire, pronto con il lavoro di una sera soltanto, con il lavoro primaverile. Quel lavoro lungo come un deserto ed bisognoso di molta attenzione per non perdere la retta via e smarrire la fiamma del nostro lavoro, un lavoro semplicissimo ma delicato. Desideriamo solo a questo punto rammentare agli amanti dell’Arte neofiti, che se il Sale ha anche applicazioni medicamentose importanti, il nostro minerale è già di per se tossico e sprigiona, già nella sgangatura, fumi altamente velenosi. Questo sia per i residui arsenicali volgari in esso contenuti, sia degli zolfi compositi volatili che senza alcuna oscurità di parola e senza alcun doppio senso sono decisamente tossici per l’intestino e i reni. Parti di essi si depositano nelle ossa e ne provocano gravi malattie. Molta attenzione è pertanto necessaria nelle nostre opere, sopratutto in quelle preliminari.

Unico punto positivo è che – come è noto – il nostro minerale genera una specie di resistenza con il tempo, che è frutto di una intossicazione lenta e progressiva, per cui scompaiono i sintomi più fastidiosi. Questo fatto, che è ben noto alla medicina ufficiale e prende il nome da un grande Re dell’antichità, il quale – ben conoscendo l’animo degli uomini che per fama e potere farebbero ogni cosa – temeva di essere avvelenato dai suoi famigliari o amici. Egli pertanto assunse una piccola dose di veleno ogni giorno per diventare resistente e quando avvenne l’ineluttabile potè superare l’ingestione del potente veleno senza danno, riversando sui suoi aspiranti successori tutta l’ira del giusto che lo animava. Per chi ama la storia, il Re si chiamava Mitridate, il fenomeno mitridatismo.

Così come l’antico Re l’Alchimista deve progressivamente e con cautela diventare resistente agli insulti del mondo, deve sottrarre la propria persona alla possibilità degli altri di interferire con essa, per non subìre alla fine, quando sarà grande la presenza della materia volatile tossica, una misera fine materiale, priva di ogni significato in quanto nulla avrà ancora raggiunto.

Nelle lunghe notti in cui l’Artista lavora il proprio materiale nel mortaio, sminuzzandolo finissimamente, deve osservare quando nella mattina seguente scompaiono i disturbi, sempre mantenendo il proprio ritmo. Questo significa avere raggiunto la resistenza.

Prima di questo non gli è consigliato avvicinarsi al forno, perchè se recano grandi disturbi intestinali le polveri sottili del minerale, i suoi fumi sono ampiamente più potenti nella loro opera. Ecco cosa potremmo chiamare “la preparazione”. Nessuno pertanto è ben avvisato nel sostituire il lungo e lento lavoro al mortaio con altri mezzi meccanici più facili o – massima ingiustizia nei confronti del minerale – comprarlo già ridotto in polvere. Potrebbe pagare a caro prezzo questo sui insulto alla miniera, al ventre naturale della terra, da cui si estraggono i virginei blocchi di pesantissimo minerale che da subito e senza falsatura devono conoscere la mano dell’Artista.

Perchè l’Artista è per il minerale come la mamma che lo fa nascere ed accudisce. Come l’ochetta pulcino riconosce sua madre nel primo essere vivente che vede, come ci ha insegnato il saggissimo e giusto Lorenz, così il minerale riconoscerà il proprio padrone in chi lo lavora per primo. Se l’Artista lascia questo lavoro ad altri, magari macchine senza anima, il minerale vedrà atrofizzare la sua stessa anima, e morirà, come un pulcino avizzisce e muore se non può riconoscere la sua madre. Questo fatto è tanto importante da non poter essere ripetuto troppe volte, ed infatti nessun Filosofo estesamente lo menziona, ma solo perchè nessuno parla delle opere preparatorie, saltando con somma invidia subito alle opere più tardive. Opere che molti fanno, ma del tutto non necessarie per la Grande Opera! Infatti ricordiamo che chi ottiene il Mercurio Comune ha fatto l’Opera, il resto è applicazione e divertimento, non aggiunge nulla alla sostanza dei fatti.

Noi invece abbiamo voluto restringerci proprio alla Prima Opera, come solo parzialmente viene spiegata nel Filalete e praticamente per nulla da Fulcanelli, a meno che non lo si veda con gli occhi di Canseliet.

Ma tornando al nostro lavoro invernale, abbiamo allora spiegato con chiarezza singolare all’amante dell’Arte le ragioni per se steso e per la Materia per cui deve trattarla di persona, nel modo tradizionale, senza alcun ausilio moderno.

E così avendo inserito una delle ultime pietre nella volta che si avvicina alla chiusura dell’arco, salutiamo con speranza d’ascolto i figli della Natura, orfana ormai del suo seme creatore ma colma d’attesa.

Con costante affetto

Vostro
Ptah

gioco dei numeri

Oggi, come alcuni avranno notato, si scrive la data del 12 gennaio Ovvero in numeri, il 12.01.2012.
Se poi lo scriviamo in seire, abbiamo il bel numero di 12012012, cioè tre 12 divisi da uno zero. Il dodici a sua volta si compone di 3 volte quattro. Completando così la serie da zero a 4, possiamo generare ogni altro numero che il mondo conosca.

Quanto poco per rendere felici le menti semplici!

Bastano poche, insignificanti coincidenze, per stimolare nell’uomo quel bisogno di superiorità, particolarità e misticismo che generano le ideologie, le religioni e la follia.
Vediamo a “casa nostra”. Dai tempi più bui ad oggi la storia dell’Alchimia è piena di “allievi prediletti”, “depositari unici”, veri e propri aspiranti “papi dell’alchimia”. Se poi un maestro di riconosciuto spessore se ne va, lasciando dietro di se veri o presunti alievi, si scatena la guerra. Chi sostiene di essere stato più a lungo fedele, chi più esperto nella dottrina, chi designato – magari in segreto – dal maestro come suo successore.
I “gran Depositari dell’Unica Scienza” si scannano poi per circondarsi di allievi a loro volta, sfruttando buona volontà e credulonità dei volonterosi aspiranti. In fondo desiderano prendere il posto del maestro, anche se non lo ammetterebbero neanche sotto tortura. Si fanno la guerra, consumando inutilmente i loro giorni con scomuniche, cattiverie e divisioni.

Creano insomma una religione missionaria ed assolutista intorno ad un nonulla autoinventato, come il simbolismo dell’odierna data.

Per assistere i volonterosi, desideriamo allora fissare alcuni punti:
- non l’uomo, ma la materia, nella loro filosoficità, iniziano veramente. L’iniziazione del “maestro” è una chiave, uno strumento conoscitivo, esattamente, nè più nè meno, delle sue parole.
- non vi sono timori nell’ingresso dei profani, che – come avemmo occasione di raccontare altrove – la materia si difende da sola, come il laboratorio e tutta la Nostra Scienza.

Non perdetevi nella adorazione del pelo della barba del profeta, non fatevi la guerra, amati discepoli, non fondate religioni e crogiolatevi in una adorazione che non vi verrà giammai concessa. Lavorate invece al forno, raccolgiete, conservate e trasmettete, che null’altro vi è concesso.

E lasciate stare la numerologia.

Al solstizio d’inverno

Siamo finalmente giunti al solstizio d’inverno, punto del movimento degli astri in cui la notte è più lunga e il giorno breve, se non assente se si vive oltre una certa latitudine. Un momento in cui regna il freddo sonno nella natura, ma in cui la terra – come avemmo occasione di notare in un post precedente – si trova anche nella posizione più vicina al sole durante tutta la sua corsa astronomica.

Non vi è invero molto da dire, se non ricordare che le lunghe notti sono propizie alla preparazione del sale, come già sottolineato, ed alla lettura. I nostri avierano meno assillati dalla vita attiva in questo periodo e potevano dedicare lunghe ore alla lettura ed alla sistemazione dei propri appunti nel libro di laboratorio che obbligatoriamente ogni amico del fuoco deve tenere.

Abbiamo così percorso tre quarti del nostro cammino, avvicinandoci ora rapidamente a quella primavera, antico vero inizio dell’anno, in cui forti del nostro tartaro e della materia sgangata, prepareremo il nostro caldo letto pronto ad accogliere ciò a cui più aspiriamo e che poi, dopo la luna e mezza di antica tradizione, potrà avviarsi a tutti quei lavori che l’alchimista ama fare.

Contrariamente a quanto molti si saranno aspettati, ci fermeremo qui, stanchi e assonnati, come marmotte d’inverno torneremo al nostro Sonno, amico dolcissimo e porta di estrema, sostanziale importanza.

Ma prima di fare questo, desideriamo condividere una riflessione, per nulla alchemica ma di carattere generale. Vediamo che l’Alchimia, come ogni altra cosa della vita, viene “abitata” spesso con violenza delle aspirazioni ed autostime dei suoi veri o presunti cultori. Poco è ricordato il senso del cosiddetto “anonimato alchemico”, poco il fatto che solo il laboratorio può iniziare. Il precetto dell’anonimato negli scritti e nelle opere invero non è finalizzato a favorire qualche trama occulta, ma dovrebbe essere – se vissuto correttamente – un esercizio e richiamo alla reale dimensione dell’ “io” nella opera alchemica. Non ci sono medaglie da vincere, maestri da incoronare, grandi conoscitori da riconoscere. E’ triste notare, in non rare volte, nelle parole pronunciate o scritte di anche serissimi e sinceri cultori della Nostra Arte, un desiderio dell’Io superiore a quello dell’Arte, un modo di porre la propria dimensione intellettuale e fisica davanti ai risultati di laboratorio.

A questo punto non possiamo che ricordare alcune nostre parole, spesso malinterpretate. Come i lettori sanno, diciamo sempre che l’Alchimista non può essere un “uomo povero”, l’Arte non è possibile ai “bisognosi”. Purtroppo alcuni intendono queste parole in modo economico e sociale, quando invece noi le intendiamo in modo molto più ampio ma anche più preciso. Chi si avvicina all’Alchimia perchè ha bisogno di qualcosa, fosse anche solo placare un’ansia, trovare una ragione, passare un pomeriggio, fallirà miseramente, come tutti i filosofi hanno ampiamente descritto. Non possiamo che richiamare con forza e benevolenza a tutti, il noto capitolo sulla abbondanza del Filalete, raramente capito, nonostante la sua estrema chiarezza.

Un ulteriore punto è costituito, purtroppo, dal rapporto maestro-allievo. A nostro avviso nella nostra Arte esistono i Maestri, ed anche noi riconosciamo questo ruolo ad una persona, ed esistono gli allievi. Ma non esistono le “cordate”, gli eletti o prediletti o come dir si voglia. Perchè qui le parole hanno significato ben diverso da quello volgare.

Maestro non è chi spiega il libro, ma chi consente ad altri di scegliere i libri utili, puntando il dito. E’ colui che consegna chiavi, non chi apre la porta. Allievo è chi ascolta il maestro. Tutto qui.

L’iniziazione alchemica vera la dà il Laboratorio, il maestro è creato dalla materia liquefatta nel suo crogiuolo. I “cenacoli alchemici” sono illusioni sociali di simpatici crapuloni, inventati per poter godere della comune vicinanza umana. Il lavoro invece è solitario, isolato. Quando diciamo che l’Alchimista “sorride”, intendiamo proprio questo. Sorride anche per i serissimi emuli del guru di turno. Ma ricordatevi, che sorride con benevolenza ed affetto, anche se riconosce che queste sono cose che con l’Alchimia nulla hanno a che fare.

Attendiamo pertanto con tranquilla riflessione le ore 5 e mezza, ora di Greenwich, di questa notte, svegliandoci domani del tutto invariati.

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