Cari cercatori, salute!
Vi siete mai chiesti che senso ha il tempo? A cosa serve il suo fluire apparentemente costante ed inesorabile, fonte di vita e causa efficace della morte? Base di ogni trasformazione e nemico giurato della staticità?
Durante la nostra vita due anime combattono in noi, da una parte il desiderio di conservazione, di eternizzazione di aspetti di noi, o di noi stessi in quanto tali. Lo facciamo attraverso il possesso di beni materiali, intorno ai quali costruiamo l’illusione di permanenza tramite i figli o lasciti benefici, e beni immateriali, come libri e idee, che affidiamo a nostri consimili nella speranza che li trasmettano ai posteri in modo perpetuo. Viviamo la nostra piccola ed innocente illusione di eternità in questo modo. Questa è la via della staticità, del congelamento, della pittura di Picasso dopo la morte di Picasso. E, siamo sinceri: sappiamo perfettamente che solo la morte già avvenuta può regalare questa immobilità assoluta, questa staticità definitiva, questo possesso di caratteristiche e aspetti fermi nel tempo. E qui ci poniamo come nemici del tempo. Avere ed essere, entrambi, sono nemici del tempo e lo soffrono assai.
D’altra parte desideriamo sempre di più, di nuovo. Vogliamo vedere una mattina nuova, cambiare macchina, comprare un libro, andare a cena. Cambiare insomma. Incessantemente. E questo non è possibile senza il tempo, che ne diventa il sovrano assoluto. L’autocrate della plasticità. Ed allora qui siamo amici del tempo, ne diveniamo complici e usufruttuari.
Dio che parla agli uomini dice di sè che “E’ colui che è” e così definisce se stesso in modo assolutamente giusto. Egli è senza tempo, è la staticità. In tal modo è parente stretto della morte. Il Dio che è prima, E’ e basta, il Dio che sarà dopo, E’ e basta. O meglio: il Dio senza prima e dopo, E’.
Il Dio della Genesi invece è il creatore del tempo. Precipita dalla staticità atemporale e pertanto senza inizio nè fine, nella dinamica temporale, nella trasformazione, nel processo evolutivo della plasticità.
Ed anche il nostro lavoro non smentisce queste semplici ed elementari regole. Noi lavoriamo per trasformare, e ci serviamo del tempo. Poi contempliamo il fatto, e ci poniamo fuori del tempo. Poi chiamiamo statico quel che prima fu dinamico, per ricominciare il ciclo, sempre uguale come dicono gli antichi. Chi pertanto partendo dalla staticità dell’essere in Sè inizia a trasformarsi e riconosce il tempo, compie una genesi, e chi al settimo giorno torna ad uscire dal tempo, chiude il ciclo. Ed allora l’accorto lettore potrebbe chiedere che senso ha tutto questo ruotare incessantemente tra sonno e veglia. Sarebbe arduissima la risposta, ne conveniamo, se non ci fosse la creazione dell’uomo. Ad un certo punto del ciclo, Dio crea l’uomo, e l’uomo resta esistente nel giorno del Shabat. Egli così introduce una diversità definitiva che si inserisce nella staticità finale, creando la difformità che impedisce che il ciclo sia identico su si stesso. Allo stesso modo noi, lavorando la nostra materia, ad un certo punto siamo presi da furore operativo e facciamo, lavoriamo, traffichiamo nei nostri oscuri e fuligginosi antri. E dobbiamo fare questo nella corretta osservanza del tempo, pena la più triste nullità di ogni nostro sforzo. Poi, di colpo, tutto si acquieta. Senza ragione apparente, si tace. Si dorme, forse. Finisce il tempo. Tutto resta come sospeso, come un respiro bloccato nel mezzo del suo cammino. Ed allora, chi ha occhi per vedere, deve aprirli per scoprire il piccolo seme della diversità che è nato durante la genesi, durante i sei giorni precedenti. Quel seme che costituisce la diversità finale e irreversibile tra il tempo senza tempo ed il tempo senza tempo. Dante ce lo spiega in chiave di selva oscura e guida illuminata, usa l’immagine del maestro che può accompagnare – parte! – del nostro cammino. Noi lo descriviamo spesso come piccolo pesce. Ma non illudetevi: è sostanza intrinseca, non forma estrinseca. Non gettate reti in un mare disabitato, ma cercate rondini e colombe, nuvole nell’azzurro cielo che tanto allieta la primavera inoltrata!
Molti usano l’immagine della ruota, non sapendo come altrimenti descrivere il nostro lavoro, ma sbagliano, perchè non dovrebbero parlarne, se non in chiave di spirale, piuttosto che di cerchio. Il cerchio è visto dagli uomini lì dove gli Dei vedono la spirale. Sembra complesso come discorso, ma è alla portata della matematica liceale più semplice. Basta osservare bene.
Quando il silenzio si stempera sul tempo e ne mangia avidissimamente le ossa, riducendolo in finissima cenere, dobbiamo dedicarci al riposo attento e curioso, pronto ad avviare la ricerca della sostanza mercuriale da estrarre e sposare, da lì a poco, ad un nuovo zolfo, una nuova terra che, ansiosamente, attende.
Con affetto costante saluta i viaggiatori che non si sono lasciati scoraggiare e sono pronti per proseguire il viaggio, il vostro molto meno enigmatico
Ptah