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Pensierino della notte.

Ptah dice:
Chiudete gli occhi, e vedrete.
Chiudete le orecchie e sentirete.
Fermatevi e raggiungerete il traguardo.

Ma Ptah dice anche:
Siate attenti e vigili.
Non fidatevi delle parole del mondo, perché esse sono false.
Non ascoltate il primo che vi parla, perché chi per primo vi porta la notizia, è quello che vi ha tradito.
Non credete a chi porta la sincerità e l’amicizia sulla punta della lingua, perché essa è biforcuta.
Non credete a chi dice di amare gli uomini, perché il suo disprezzo per essi è proporzionale alla frequenza con cui attesta tale amore.
Non credete ai miti, perché nascondono il risentimento della loro triste condizione sotto il velo dell’umana compassione.
Non credete a chi parla sempre piano, perché sta studiando le vostre reazioni al proprio esclusivo fine.

Ptah conclude:
Pensate e ascoltate solo il vostro cuore quando vi parla piano.
Fidatevi del vostro animo perché solo vi ama.
Scivolate nel tempo come viaggiatori esperti in terra ostile.
Ma sopratutto ricordatevi sempre chi siete.
Prima, ora, dopo. Se non lo sapete, cercate di saperlo. Perché senza sapere questo, non vi è salvezza alcuna ma solo vana illusione.

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Una vecchia barzelletta.

Una volta un uomo saggio chiese ad un suo simile inesperto ma volonteroso e operoso: “La conosci la differenza tra un ippopotamo e un ippopotamo?” L’interlocutore ci pensò un pò, ma rimase sconcertato. Ed alla fine dovette ammettere che non la conosceva. Allora l’uomo gli disse: “In acqua nuota, sulla terra corre.” L’ascoltatore ci pensò un pò senza arrivare ad alcun risultato sensato e si avviò lentamente verso casa. Arrivato alla porta scese nel suo Laboratorio, luogo di più facile riflessione, per esaminare meglio l’insolito enigma. Nel sedersi nella poltrona comoda, che aveva sistemato da tempo davanti al suo forno, fece passare lo sguardo sui vasi e vasetti pieni di tartaro, sali, metalli e fusioni appoggiati sul tavolo e sugli scaffali. E allora di soprassalto scoppiò in una fragorosa risata, fece spazio sul tavolo del laboratorio tra tutti i suoi vasetti e scatolette, spostandole con gran rispetto e affetto, toccandone con Amore alcuni messi da parte anni addietro. Poi si recò a prendere la bottiglia di Armagnac custodita da tempo in un armadio e un portacenere, poggiandoli sul tavolo in mezzo ai propri tesori dell’Arte. Si versò un pò del prezioso liquore, accese il suo Havana preferito e si sedette finalmente in gran tranquillità nella poltrona, sorridendo con un leggero scrollamento della testa. E fu così che l’uomo si riconobbe e divenne Ptah.

Pigrizia.

Da tempo ormai mi tengo lontano dal Blog.
A dire il vero mi tengo lontano da un sacco di cose. Dopo essermi concesso l’esperienza di “facebook”, ove in poco tempo ho raccolto duemila “amici”, mi sono stufato e l’ho cancellato. Per soverchiante disinteresse. Carino come gioco, ma quando ho notato che i minuti dedicati superavano quelli utilizzati per cose più divertenti, mi sono detto che ero matto.

Un mondo finto, come ce ne sono tanti. Come videogiochi, facebook, twitter e similari che in fondo sono come le sostanze allucinogene. Fanno credere reale qualcosa che in realtà non esiste.

Poi mi tengo lontano dagli alchimisti. Non per disinteresse, e nemmeno perchè non approvi i loro sforzi. Anzi. sono lodevoli nella loro ricerca spasmodica di insegnare agli altri la loro scienza. Si affannano a raccogliere adepti, per spiegare a loro la propria scienza. Veri educatori, più o meno paludati in base alla propria inclinazione caratteriale, parlano, fanno incontri, a volte scrivono. Già. Scrivono anche.

Ma quando mi sono ricordato quel che dicono i testi di Alchimia, affermando con certezza che sono scritti per chi è già a conoscenza dell’Arte, e nulla possono insegnare, se non puntando semplicemente il dito rimanendo in silenzio, mi sono chiesto a cosa potesse servire tutto questo agitarsi.

Pochi poi realmente frequentano quella via “falsa ma utile” insegnata dal Maestro Lucarelli, pochi si sporcano le mani, e questo è veramente un peccato. Ma visto questo fatto che dà tristezza, ci sono poi altri – pochi a dire il vero – che continuano a sporcarsi le mani anche dopo che avrebbero dovuto capire a cosa servisse tutto quel lavoro al forno. E anche questo non genera certo soddisfazione.

 

Tempo fa, camminando in un bosco dai radi alberi, vidi da lontano un uomo camminare nella direzione opposta. Il sentiero era ben preparato e si snocciolava in mezzo ai fusti degli alberi, con un sottobosco pulito e privo di cespugli, permettendomi di osservarlo per un bel pò di tempo, prima che ci incrociassimo.

L’uomo era vestito bene, in modo acconcio al luogo. Pantaloni “a coste” di velluto spesso, scarponi e sopra una camicia spessa a quadratoni come sono in uso dai boscaioli americani e canadesi. Lo vidi guardarsi in giro, ma non ad altezza d’uomo. Guardava in basso, poi in alto, fece due passi e girò nuovamente lo sguardo. Poteva sembrare che cercasse qualcosa, ma certo non lo cercava sul viale! O volava come un uccello, o correva come uno scoiattolo, ma definitivamente non camminava come un uomo! DEl resto questi gesti li fece lentamente, con grazia, non certo come uno che teme qualcosa o sta affannandosi a trovare una cosa persa. A volte, senza apparente ragione, lo vidi contrarre il viso in un sorriso, a volte mi parve pure che ridesse, accompagnando il riso con una leggera scrollata della testa.

Ad un certo punto lo vidi sedersi su un tronco caduto a terra. Quando lo raggiunsi, gli feci un cenno di saluto, come usano fare i montanari qando incontrano un’altro viandante. Lui rispose con un accenno di saluto con la testa e mi guardò attentamente. Aveva occhi di un azzurro profondo, con lineamenti del viso eleganti ma non effemminati. Labbra piene ed un naso diritto completavano il quadro. Dopo avermi osservato fece un ampio sorriso e mi disse “Buon giorno Signore, sul sentiero anche Lei? Posso sapere da dove viene, visto che procede in senso opposto al mio?“.

Lo guardai sorpreso, non aspettandomi quella domanda. E poi, pensai, se va da dove vengo, saprà dove sta andando! Sarà matto, mi dissi. Ma non volevo essere scortese, e gli risposi: “Vengo da dove Lei sta andando e vado da dove Lei provviene. Concordo con Lei che sia un bel posto che vale visitare.” Lo salutai ancora con un cenno e mi accinsi a proseguire, quando mi sentì chiamare: “Cammina, viandante, sereno sulla via, che tutto Ti dona di quel che è sotto i Tuoi piedi e di quel che è sopra la Tua testa in ogni singolo istante. Ricordati sempre che nascita e morte si incontrano in uno stesso luogo, uno stesso punto, una stessa ed unica essenza. Solo il senso del cammino è apparentemente diverso, ma riconoscere questa verità verissima con anima e spirito è un Dono Sublime..”. Mi voltai e lo vidi allontanarsi e scomparire sul viottolo, ridacchiando nell’osservare nuvole e sassolini.

Fui soddisfatto del mio cammino, come un uomo che scopre di avere pensato ed agito giustamente. E nulla mi restò da fare oltre. Volli dare un nome a tutto questo, a questo stato d’animo. In mancanza d’altro, decisi di dargli il nome di

Pigrizia.

 

 

Si dice che la notte più buia è quella che permette di apprezzare al meglio la luce delle stelle. Che il nero più profondo sia culla e custodia più raffinata per la luce del diamante più puro.

In analogia possiamo dire che per sentire l’armonia della Natura, dobbiamo prima far tacere ogni altro suono, ogni respiro, ogni movimento. Sembra poco, ma se guardiamo bene, per raggiungere questo silenzio non basta fuggire dai rumori, bisogna anche far tacere tutto e tutti. Uomini e bestie, va bene, ma anche tutto quanto si muove nella natura. Vanno fermati i venti e le piante, la linfa nei vasi degli alberi, l’oscillare stesso delle molecole nel loro incessante moto termico. Il pensiero stesso.

Il silenzio totale è come una sospensione di tutto, un blocco del respiro, la natura che si ferma di colpo. Come un uomo che di colpo trattiene il respiro. In ultima analisi è come fermare il tempo stesso.

Ma essendo tutto fermo, nessuno sarebbe in grado di accorgersene, sarebbe un buco nel tempo che solo chi sta fuori di questo universo congelato di colpo potrebbe notare. Un buco, che lo stesso universo congelato, al suo riprendere, non potrebbe in alcun modo ricordare. Sarebbe a tutti gli effetti inesistente per chi lo subisce. Un porta verso il “fuori”, un “altro” come quel mondo che osserva l’Alchimista nella famosa immagine in cui passa con la testa il limite del cielo.

Ecco, un passaggio che conduce fuori, non una alterazione del dentro.

Ma questa sera non è adatta per ulteriori parole. Poche soltanto, che pochi sono i giorni dal ritorno della luce. Ancora forte è il gelo, forte il sonno della Natura.

Guardare fuori. Provateci. E aspettatevi di ridere di gusto quando ci riuscite.

Passeggiando

Ptah fa ammenda.

Ai suoi lettori, perchè è stato assente.

Ai suoi detrattori, perchè non gli ha riempiti di gioia concedendo loro la possibilità di contrastarlo.

A tutti. Perchè potrebbe avere detto parole, che non ha detto.

Quando la coltre dell’IO copre con la sua dolce nebbia i nostri pensieri, tutto diventa più facile, semplice, soddisfacente. Soffriamo godendo di soffrire, perchè l’IO ci permette di ragionare sulla sofferenza, quando gioiamo, perchè l’IO ci permettere di affermarne la proprietà.

Ptah ha levato la nebbia, ha ritenuto sollevare il velo, ha sentito l’Essere penetrare nell’IO e farlo suo, e ha ritenuto, in suprema superbia, di trarne la conseguenza suprema, quella del silenzio.  Ma Ptah ha errato.

Il silenzio è proprietà di altri, di altro. Credere che possa essere posseduto, esercitato, goduto in pieno libertà è peccato contro l’UOMO.

Ptah riflette.

Sapere cosa sia il Mercurio Comune è auspicato dai Filosofi. Conoscerlo, tesoro degli adepti.

Ora Ptah, dopo avere da tempo contemplato il mercurio, ed avere ritenuto di non sposarlo ad alcuno zolfo,  ha realizzato che credere una tale cosa è suprema INVIDIA. Con buona pace del Filalete.

Essere è solo una condizione transeunte, pensare uno strumento fallace, conoscere una superbia inoperosa.

Ptah riflette.

A Pollicino un messaggio: agisca.

E poi, quando sole e luna si incontrano, quando il velo si assottiglia nel gioioso terrore della conoscenza, quando l’IO ha conosciuto il suo passato, allora ci si pone davanti la conoscenza del dopo. Il passato distillato nel futuro . E dico “nel” non per errore ma per verità.

Ed allora Ptah vi dice:

Abbiate tutti  l’ardire della gioia, la supremazia della potenza dell’Essere, perchè tutti sono destinati alla conoscenza, ma solo pochi se ne rendono conto.

Freddo è il vento sulla montagna di Zarathustra, ma dolce il sapere che esiste il vento!

Ptah riflette su cosa sia meglio fare.

con affetto

Ptah

Un breve Riassunto.

Nell’alchimia uno degli scopi dell’artista è quello di attrarre, di corporificare quella essenza detta “spirito universale”. Un spirito, che nella materia potremmo facilmente descrivere come uno zolfo.

Una materia abitata, unita ad uno zolfo, non è altro del resto che la materia ed il suo seme, la sua potenzialità, la sua essenza e – a qualcuno piace chiamarlo così – la sua anima. Per non indurre la mente a vagare in stereotipi congelati di interpretazione semantica, eviteremo però tale nome, troppo (ab)usato per avere ancora un qualsivoglia senso.

Lo spirito universale, essenza primordiale e caotica nelle sue origini, nell’incontrare la sua materia, in sua ipostasi, manifesta aspetti, che possono mostrarsi in vari gradi di evoluzione e di specificazione. Lo zolfo dei minerali, quello delle piante, quello degli animali e infine quello degli uomini deriva e rappresenta sempre una sola cosa, ma si mostra con aspetti sempre più evoluti, specificati appunto.

Evolvere lo zolfo in un minerale può essere cosa intuitivamente positivo, ma va tenuto presente che una evoluzione è come procedere lungo i rami di un’albero. Ad ogni bivio, si perdono tutti gli altri rami, ed in fine, arrivati alla massima cima, si arriva ad un germoglio perfetto, ma di un rametto soltanto. Voler viaggiare liberamente tra i rami prevede la possibilità di invertire il processo, di andare “indietro” per imboccare altre e diverse strade, sia all’interno del regno minerale o animale, che tra di loro.

Ove desideri portare a perfezione una specie qualsiasi, la natura la evolve e ogni volta che lo zolfo incontra la materia, si porterà dietro il suo ricordo, la sua genetica, la sua esperienza formativa. Questa via, in progressione apparente, chiede che sempre superiori ricettacoli di materia siano pronti per sempre più raffinati zolfi, e diventa evidente perchè pur di non chiudere la strada a questi ultimi, sia necessario disporre di quanta più materia possibile idonea per corporificarlo. Il valore di tale materia è di qualità ed essenza, non di capacità e funzionalità, che invece interessa solo all’interno dello zolfo stesso. Ecco per cui è comprensibile che per non perdere un transito necessario per lo zolfo, anche ricettacoli di materia inadeguati e inutili di per se, se non dannosi, devono essere salvati e messi a disposizione.

Ma in questi cicli vi è un problema. Lo zolfo, una volta corporificato, prende una via senza ritorno, una specificazione che la natura non sa invertire. Conosciamo il suo destino non appena ha passato i primi rami, e più ascende, più che il segmento aperto alla sua evoluzione diventa stretto e specifico.

Se invece si desidera poter “saltare” di ramo, per restare nella nostra ammetto alquanto infantile parabola, bisogna tornare indietro, percorrere i rami a ritroso, giungere fino al tronco fino a quel germe centrale che unisce rami da una parte e radici dal’altra, quel punto di convergenza ed indistinzione.

Ecco allora intervenire l’opera dell’artista, l’opera che la natura non sa fare. Rendere materie sempre più indistinte atte a ricevere spiriti meno indistinti, o meglio, prendere una materia specifica, contenente il suo zolfo specifico, e trasformarla in meno specifica, permettendo alla materia indistinta ed allo zolfo di separarsi, e pertanto fino a raggiungere il caos primordiale, il germe dell’albero, la base indistinta, dalla quale poi partire per uno dei rami.

Ed è ovvio che per scendere, è meglio partire dal basso! Il mondo minerale è più crudo di quello vegetale, e pertanto rincrudire, tornare al germe, è di minore fatica. E poi non si guadagna nulla a cominciare dalla periferia, siccome non ci possono fare salti. Mi spiego meglio.

Due rami dello stesso albero sono a volte molto vicini, ma derivano da tronchi separatisi magari subito a livello della terra. Ora passare da un ramo all’altro pare facile a chiunque, che veda l’altro ramo. L’uomo così desidera saltare e fa mille cose per sognarsi, inventarsi, immaginarsi tale salto. Ma non è possibile, non può farsi scoiattolo. Deve tornare alla base, al germe, al nocciolo della pianta, per poi risalire. Ed allora è più facile arrivare in cima al nuovo ramo se si parte dalla base dei tronchi, che se si parte dalla propria perfezione immaginaria di altro ramo di periferia! Superbia della evoluzione, fonte prima di ostacolo, che congiunta alla emotiva ansia del desiderio ed al rifiuto della fatica fanno da insuperabile ostacolo, proprio perchè non vi sono salti.

Torniamo allora a questo nostro zolfo, al quale la natura permette la progressione evolutiva e l’artista il passaggio invece da linea evolutiva ad altra linea, con facilità. Se ora immaginiamo che un gruppo di rametti, distaccatisi ad un certo punto dal tronco principale, contenga affinità propria per una forma molto particolare di evoluzione dello zolfo, una specificazione tipica. Immaginiamo inoltre che tale specifica comprenda la consapevolezza di avere perso la sapienza del ritorno, ma abbia acquisito particolare capacità nello splendere in mille ricchi fiori alla periferia dell’albero. Immaginiamo inoltre che tale zolfo sia consapevole che alla periferia dell’albero ci sia un mondo desiderabile. Possiamo credere allora che tale zolfo (uso la parola come segnaposto semantico, ripeto, per non permettere divagazioni semplicistiche) voglia arrivare a tale mondo, subito, e che cerchi di farlo con il proprio splendore materiale, con i propri fiori, la propria ricchezza di colori, tutte cose di cui è abbondantemente dotato.

Immaginiamo anche a al suo fianco ci siano rami abitati da zolfi inconsapevoli, che passano la giornata, pensando di risalire, senza atto proprio, i rami con la linfa, ma senza farsene una qualsivoglia ragione.

Immaginiamo altresì che esistano rami invece percorsi in salita e discesa da zolfi diversi, per loro natura capaci in potenzialità, anche se non in tutte le loro ipostasi, di aprire il percorso di cui sopra, e – rincrudendosi e cuocendosi alternativamente – percorrere i vari rami in continuazione.

Il primo vive nell’idea che per raggiungere quel mondo è necessario arrivare nella punta più estrema di un ramo qualsiasi, per toccare l’Altro. Possiamo chiamarli i “monoramo”, o monotematici. L’ultimo invece ritiene che non sia tanto il ramo in sè, ma la posizione ed un insieme dinamico e plastico di situazioni che formino il ponte per il passaggio. Possiamo chiamarli i “poliramo” o polimorfi.

I primi cercheranno di evolvere sempre di più secondo natura, odieranno qualsiasi ritorno, e definiranno in modo sempre più preciso e dogmatico la propria scienza. Gli ultimi sembreranno invece come tante pulci, in continua agitazione, alla ricerca del ramo giusto, di quell’unico ramo che a loro avviso porta alla meta.

Ovviamente questi ultimi non saranno disturbati più di tanto dalla presenza nè degli ignavi, nè dei monotematici. Essi esplorano senza sosta, e chi riesce ad imboccare, per divina intuizione, la strada giusta, scompare.

Diverso per i monotematici, che – consapevoli di basarsi su un assunto dogmatico, quello di avere il possesso del ramo giusto – temono che il traguardo venga occupato e abitato dai polimorfi prima del loro arrivo. Ed allora devono combatterli. E quale è il miglior metodo? Ovviamente togliere ai politematici l’unico mezzo che gli permette di applicare la loro arte: la facoltà di rincrudire la materia. E siccome gli ignavi non costituiscono un rischio in tal senso, essi tipicamente si alleano con essi, per disturbare, estirpare, bloccare i concorrenti. Ecco perchè troveremo monotematici attivi a prodigarsi per ogni cosa, per quanto bassa sia, a patto che disturbi i lavori artistici di ricerca del ramo efficace. Li troveremo in carceri e postriboli, proteggeranno gli idioti e compreranno il consenso di tutte le masse. E siccome i numeri degli ignavi sono enormemente superiori di ogni altro gruppo, essi saranno i protettori delle masse, del pensare comune, fedeli paladini della mediocrità, sopratutto se altrui. Saranno disposti a sposare o tollerare ogni causa, ogni idea, ogni cultura e razza, per il semplice ed unico fine di creare confusione ed ostacolare la ricerca degli altri. Il relativismo assoluto per occludere il viaggio verso la fonte, quel viaggio che alcuni descrivono come ritorno, altri come novità, altri ancora come semplice realizzazione dell’Essere dal quale può nascere ogni Sale, tramite l’unione tra un mercurio pronto ed uno zolfo adeguato

Preghiera

Stavo pensando cosa potrei dire ad un Dio presente.

Intanto gli direi: “Dio, portami via nel momento della mia massima felicità, nell’estasi del piacere, nell’istante del godmento pieno della Tua creazione, portami via quanto rido e sono felice, ebbro di sensazioni, portami via quando annuso un fiore o ammiro un alevare, portami via quando vedo la bellezza e contemplo le sue radici!

Portami via in quei momenti, in modo che possa portarTi il ricordo di questa vacanza per la sua parte migliore, nel bello, nell’esaltazione dell’essere in Sè.

Im wohlluestigen Rausch erhoben, in der Erkennung der eigenen Unendlichkeit, im Moment der Einsicht der Endlosigkeit des allesumfasssenden Ichs, im Moment in dem der Mensch erkennt, dass die Naechstenliebe keine Auflage eifersuechtiger Priester ist, sondern aktive Erkenntnis ebendieses Allesumfassenden Ichs, in diesem Moment, mein Gott, erhebe mich zu Deinem Antlitz!

So dass ich singen kann vom Guten und vergessen das Boese, Erinnern die Harmonie und keinen Gedanken verschwende an die Niedrigkeiten welche die Erde erfuellen. Denn nur die Hoehe der hoechsen Berge, die windumspielten kalten Gipfel, sind des wahren Menschen Spiel, sind sein Haus und Heim.

Kalt ist die Luft, stark der Wind, aber gerade dies staerkt die Sinne und fuellt die Adern! Ein Schrei, laut und nicht lauter, ein Sein, und kein Halbsein, ein Ich und kein Nicht-ich … ja, dass ist der Bibels Umschwung! Wer hat wirklich gewonnen, der der bleibt oder der der geht? Abel oder Kain?

Il sole è tramontato dietro agli alberi del mio studio, la luce è scomparsa e le idee svaniscono.

Auguro a tutti una serena notte esaltata nel pensiero.